Editoriale 27 luglio

editorIn qualità di redattori di RadiAzione ci adoperiamo nel dare il nostro contributo in termini di informazione e solidarietà internazionalista. Da quando è cominciata l’operazione denominata “Protective Edge” dell’esercito sionista nella Striscia di Gaza abbiamo dato vita a “La Striscia”, rubrica quotidiana di informazione da e sulla Palestina, con aggiornamenti e dirette con Gaza e Cisgiordania. Tramite questo editoriale, proviamo a dare una lettura di quali possano essere le reali mire che si celano dietro a questo massacro.

Editoriale di RadiAzione – 27 luglio – diretta-2014-07-27-17:30:00

Quarto editoriale di RadiAzione

Nel corso delle ultime due settimane sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi e oltre 5000 sono i feriti, di cui molti bambini, donne e anziani. Case, scuole, ospedali e moschee sono stati distrutti sotto le bombe israeliane. Mancano acqua, cibo e cure necessarie. La situazione in cui versa la popolazione di Gaza (circa 1 milione e mezzo di abitanti) è drammatica. L’aggressione che si sta consumando è la terza nell’arco di circa 5 anni, preceduta da operazioni che purtroppo ricordiamo bene, come ad esempio l’operazione denominata “Piombo Fuso”, sempre contro la popolazione della Striscia di Gaza, che ha causato 1500 morti, molti dei quali bambini, circa 5000 feriti e una vastissima distruzione.
La domanda che ci poniamo è: “Perché questo massacro?” La risposta è da ricercare nelle storiche mire espansionistiche e colonialiste di Israele, tese ad annientare la Resistenza del popolo palestinese, e nelle diverse contraddizioni che si giocano in quell’area, ricca di giacimenti di gas.
Riscontriamo come quest’ultima motivazione sia sottaciuta dai media occidentali che spesso e volentieri non trattano la questione dell’accesso alle risorse. La prima è l’acqua. La seconda è la presenza di giganteschi giacimenti di gas naturale presenti al largo delle coste palestinesi, sulle quali Israele intende mettere le mani ad ogni costo.
I più grandi di questi giacimenti, il Leviathan e il Tamar (entrambi localizzati nel mediterraneo orientale) sono contesi tra Israele e Libano;  potrebbero fornire energia a basso costo per almeno un secolo.
Altri due giacimenti, Marine 1 e Marine 2, localizzati a trentasei chilometri al largo di Gaza, rappresentano due “forzieri” che il 2 giugno scorso i palestinesi avevano provato ad aprire, intavolando le trattative per autorizzarne lo sfruttamento alla russa Gazprom. Altri giacimenti di gas e petrolio, secondo una carta redatta dalla U.S. Geological Survey (agenzia del governo degli Stati Uniti), si trovano sulla terraferma a Gaza e in Cisgiordania.
La storia è lunga. Tramite un accordo firmato da Yasser Arafat, nel 1999, l’Autorità palestinese affida lo sfruttamento di Gaza Marine a un consorzio formato da British Gas Group e alla compagnia privata palestinese Consolidated Contractors, rispettivamente con il 60% e il 30% delle quote, nel quale il Fondo d’investimento dell’Autorità ha una quota del 10%. Vengono perforati due pozzi, Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2, che vengono bloccati da Israele e non entrano mai in funzione, dato che lo stato sionista pretende tutto il gas a prezzi stracciati.
Tramite l’ex premier britannico Tony Blair, viene preparato un accordo con Israele che toglie ai palestinesi i tre quarti dei futuri introiti del gas, versando la parte loro spettante in un conto internazionale controllato da Washington e Londra. Subito dopo la vittoria alle elezioni nel 2006, Hamas rifiuta l’accordo, chiedendo una rinegoziazione, e l’anno successivo l’attuale ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon avverte che “il gas non può essere estratto senza un’operazione militare che sradichi il controllo di Hamas a Gaza”.
Seguirà l’operazione “Piombo Fuso” contro Gaza.
Nel settembre 2012, nonostante l’opposizione di Hamas, l’Autorità palestinese annuncia di aver ripreso i negoziati sul gas con Israele; Gaza Marine rimane comunque fermo. Il 23 gennaio 2014, nell’incontro del presidente palestinese Abbas col presidente russo Putin, viene discussa la possibilità di affidare alla russa Gazprom lo sfruttamento del giacimento di gas nelle acque di Gaza, al fine di rafforzare la cooperazione nel settore energetico.  In tale quadro, oltre allo sfruttamento del giacimento di Gaza, si prevede quello di un giacimento petrolifero nei pressi della città palestinese di Ramallah in Cisgiordania. Nella stessa zona, la società russa Technopromexport è pronta a partecipare alla costruzione di un potente impianto termoelettrico.
La formazione del nuovo governo palestinese di unità nazionale, il 2 giugno 2014, rafforza la possibilità che l’accordo tra Palestina e Russia diventi effettivo. Nel frattempo, il ritrovamento dei tre coloni israeliani scomparsi dà il pretesto mediatico di scatenare l’operazione “Barriera protettiva” contro Gaza, operazione utile a Israele a continuare la pulizia etnica a danno del popolo palestinese, estendere il proprio controllo e impadronirsi anche delle riserve energetiche dell’intero Bacino, comprese quelle palestinesi, libanesi e siriane.
Israele sta portando chiaramente avanti i suoi interessi territoriali, che puntano al mantenimento e all’allargamento della propria egemonia nell’area mediorientale. Tali interessi in parte si saldano a quelli degli imperialisti Usa, che anche in quest’occasione non hanno mancato di ribadire “il diritto di Israele a difendersi”. In parte però tali interessi confliggono perchè le mire degli imperialisti a stelle e strisce si pongono su un piano più generale di egomonia globale, questo spiega le richieste Usa di giungere a una “tregua” che normalizzi l’oppressione del popolo palestinese e metta a tacere la sua Resistenza, motivo per il quale il tentativo di “riconciliazione” tra Fatah e Hamas era stato da essi visto positivamente.

Dovunque negli ultimi anni si siano scatenati conflitti- dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia- le motivazioni degli imperialisti legate a schiacciare la resistenza dei popoli, al controllo
del territorio e al saccheggio delle risorse energetiche strategiche sono state cruciali.
Lo scenario mondiale è caratterizzato dal moltiplicarsi di focolai di guerra e si accentua la tendenza alla loro generalizzazione in un conflitto mondiale.
Jugoslavia, Afghanistan e Iraq sono stati paesi bombardati e invasi, processi drammatici che dietro si sè hanno lasciato una lunga scia di conflitti interetnici e interreligiosi. Dopo la strategia caratterizzata da bombardamenti e invasioni, gli occidentali hanno giocato la carta della destabilizzazione dei governi scomodi perchè “colpevoli” di respingere le ingerenze negli affari interni ai loro paesi, foraggiando i cosiddetti ribelli. In Libia gli imperialisti Usa e gli alleati europei hanno imposto, tramite l’Onu, l’unilaterale divieto di sorvolo a danno delle forze governative e hanno armato e sostenuto le milizie mercenarie, aiutandole tramite bombardamenti navali e aerei delle loro unità militari. Successivamente, con l’attacco alla Siria, si è rafforzata la strategia della destabilizzazione “dall’interno” tramite il potenziamento dei cosidetti “ribelli”, aspetto che affrontammo anche nel primo editoriale radiofonico.
I recenti avvenimenti in Ucraina non sono scollegati, ma si collocano anch’essi in questo scenario: il rifiuto da parte dell’ex presidente Yanukovich di firmare il patto di annessione all’Unione Europea ha scatenato la reazione degli imperialisti che hanno favorito la presa di Kiev da parte dei nazionalisti e dei fascisti. Si tratta di un ulteriore focolaio di guerra dove, da mesi, gli antifascisti cercano di combattere l’avanzata delle truppe del governo golpista di Kiev, forti del loro patrimonio storico di lotta contro gli invasori nazisti.
La questione dell’Ucraina a sua volta è da leggere quale risultato da un lato dell’ingerenza delle potenze europee, in primis la Germania, e dall’altro lato della strategia Usa e Nato di accerchiamento a danno della Russia. Uno scenario non nuovo se pensiamo alle cosiddette “rivoluzioni arancioni” negli stati che gravitavano nella sfera di influenza russa e che sono stati annessi all’Unione Europea.

Oggi per gli Usa e le altre potenze imperialiste occidentali il mantenimento del controllo dell’area mediorientale è sempre più necessario: i cacciabombardieri che bombardano Gaza sono F-16 e F-15 forniti dagli Usa allo stato sionista (oltre 300, più altri aerei ed elicotteri da guerra), insieme a migliaia di missili e bombe a guida satellitare e laser.
Inoltre, come documentato dal Servizio di ricerca del Congresso Usa (datato 11 aprile 2014), Washington si è impegnato a fornire a Israele, nel 2009-2018, un aiuto militare di 30 miliardi di dollari, cui l’amministrazione Obama (“premio nobel per la pace”) ha aggiunto oltre mezzo miliardo per lo sviluppo di sistemi anti-razzi e anti-missili; senza contare che Israele dispone da Washington di una cassa continua per l’acquisto di armi statunitensi, tra cui sono previsti 19 F-35 del costo di 2,7 miliardi e ha la possibilità di utilizzare le armi stoccate nel cosiddetto «Deposito Usa di emergenza in Israele».
Gli Stati Uniti non sono però gli unici a fornire un consistente e costante aiuto militare a Israele. La Germania, già fornitrice di carri armati Leopard alla Polonia, ha dato allo stato sionista 5
sottomarini Dolphin, modificati per lanciare missili nucleari a lungo raggio. Inoltre non dimentichiamo nemmeno la «Blue Flag», la più grande esercitazione di guerra aerea mai svoltasi in Israele (cui hanno partecipato nel novembre 2013 Stati Uniti, Italia e Grecia) che è stata funzionale a integrare nella Nato le forze aeree israeliane, che avevano prima effettuato esercitazioni congiunte solo con singoli paesi dell’Alleanza, come quelle a Decimomannu con l’aeronautica italiana.
Ciò che accade in questo momento a Gaza avviene quindi anche grazie al contributo del governo italiano, complice di questa ennesima aggressione e delle precedenti, in qualità di alleato di uno stato coloniale, razzista e fascista, che sostiene politicamente e mediaticamente, e in quanto primo fornitore dell’Ue di sistemi bellici e quarto partner commerciale mondiale con lo stato sionista. Non solo, l’Expo 2015 rappresenta un’ennesima tappa del rafforzamento del legame tra Italia e Israele, in cui quest’ultimo cercherà di dare un’immagine di sé dal volto democratico e civile: il suo padiglione dal titolo “I Campi di domani” permetterà allo stato sionista di elogiare i suoi “miracoli” in campo agricolo sulla terra sottratta alla popolazione
palestinese, nascondendo completamente la realtà dell’occupazione militare.
La Palestina è anche utilizzata dai paesi imperialisti come tester di nuovi armamenti bellici micidiali e terreno di sperimentazione e collaudo di tecniche di contro insurrezione e controllo sociale. Gli stessi che definiscono Israele “l’unica democrazia in Medioriente” si adoperano in “riforme” che consentano loro un maggiore sfruttamento della forza lavoro e lasciano morire in mare migliaia di persone (o le rinchiudono nei Cie se arrivano sulle nostre coste). Parallelamente lo stato sionista si erge ad esempio di schiavismo, fascismo, saccheggio, deportazioni, segregazione, controllo capillare ultra tecnologico, muri, filo spinato e check-point.

Dall’altra parte della barricata però c’è un popolo, quello palestinese, che resiste coraggiosamente da oltre 60 anni contro l’occupazione, la frammentazione e l’assedio del suo territorio da parte di Israele. E nonostante la mistificazione mediatica, anche la solidarietà nei confronti del popolo palestinese si dimostra forte e determinata in tutto il mondo.
Soprattutto in questo momento la Resistenza palestinese sta dimostrando una determinazione tale da essere di insegnamento a tutti i popoli che lottano. Si tratta di un motivo anche per cui i sionisti e gli imperialisti si abbattono con tanta violenza per imporre i propri interessi dato che, in un fase come quella attuale, non possono permettersi l’esistenza e la continuazione di un esempio così forte di lotta e di coesione tra le masse e le proprie organizzazioni.
La Resistenza palestinese, infatti, si dimostra unita davanti all’occupante e ai suoi collaboratori, quali l’Anp, e sta raccogliendo una vastissima solidarietà dal Medioriente all’Europa, con manifestazioni estese e scontri (come a Parigi), dal Sud America all’Asia, fino al Nord America. Una solidarietà internazionalista sintomatica anch’essa del protagonismo delle masse che si stringono fianco a fianco.
Oggi è necessario continuare a denunciare pubblicamente con forza i crimini commessi dai sionisti in Palestina e le complicità del governo italiano, comprendere il sionismo per combattere le mistificazioni e le accuse di antisemitismo contro il movimento di solidarietà al popolo palestinese, boicottare i prodotti di aziende che investono in Israele e soprattutto dare sostegno senza se e senza ma alla Resistenza palestinese che combatte l’espansionismo sionista e imperialista nell’area. Consapevoli che la solidarietà politica più concreta da esprimere al popolo palestinese è quella di lottare qui contro l’imperialismo di casa nostra.

Con la Resistenza fino alla vittoria!
Libertà al popolo palestinese e a tutti i popoli oppressi!

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